La mia Irlanda: cosa fare a Dublino e dintorni

Ha’penny Bridge

Le ho contate: sono stata in Irlanda sette volte nella vita, compreso un anno accademico di Erasmus a Cork, una vacanza studio e un paio di Interrail. Lo scorso anno sono riuscita a portare con me la famiglia per una manciata di giorni, risultato: tutti ovviamente innamorati di questa terra meravigliosa e magica e dei suoi abitanti. Quindi quest’anno abbiamo deciso di passare una settimana a Dublino a giugno, con scuola d’inglese per quella piccola e cazzeggio per noi. Segnalo la scuola d’inglese, Frances King School, perché in tanti mi hanno detto che non è facile trovare scuole estive per ragazzini sotto i 12 anni; in più questa è piccolina, gestita bene e di fronte alla bellissima Merrion Square, nella parte georgiana della città, dove potete anche andare a rendere omaggio alla statua di Oscar Wilde. Extra bonus: la novenne l’inglese l’ha imparato davvero, in una settimana ha fatto un salto incredibile nella comprensione di testi anche complessi.

Cosa fare a Dublino

Bloomsday 2017

Bloomsday 2017

Camminare, camminare, camminare. La città è piccola, si gira benissimo a piedi. Iniziate da Temple Bar, sempre e comunque. Quest’anno sono riuscita a far combaciare il mio arrivo con il Bloomsday ed è stato davvero magnifico: rappresentazioni teatrali, cori, signore e signori in costume d’epoca, la rivisitazione dell’intera giornata di Leopold Bloom e alla fine, certo, tutti al pub con il cappello di paglia, simbolo della giornata.
Ho trovato invece piuttosto depressa la zona che ai miei tempi dublinesi era il salotto buono e il cuore della città, ossia O’Connell Street e relativo ponte. Ma forse anche perché è un cantiere a cielo aperto, a causa dei lavori per la Luas.
Un giro al Trinity College; noi la Long Room con il Book of Kells l’avevamo visto lo scorso anno, per cui siamo solo entrati a passeggiare e, sorpresa: era giornata di lauree. Magnifico vedere tutti i ragazzi in toga e tocco e tutti i parenti con l’abito bello e i sorrisi lucidati. Commovente. Magnifico anche saccheggiare lo shop del Trinity: ci sono cose splendide!

Qui: ostriche, Guinness e musica

Andare per parchi:

St. Stephens’Green, certo, ma soprattutto il Phoenix park, un po’ più fuori dal centro (tutto è relativo: Dublino è piccola, la girate senza problemi a piedi o con gli autobus). Noleggiate una bici e godetevi il verde a perdita d’occhio. Poi, non sono certo una grande fan degli zoo, ma se siete lì con i figli sarà difficile evitare la visita: quello all’interno del parco è comunque decoroso e ben tenuto. Da non perdere, invece, una sosta alla Tea Room poco dopo il noleggio bici, che sembra uscita dal film Mary Poppins.

St. Stephen’s Green

Fare una cosa trash: vedevo passare per la città strane barche gialle colme di turisti urlanti con tanto di elmetto vichingo e pensavo: O.Mio.Dio. Il problema è che le ha viste anche mia figlia e ovviamente non c’è stato verso d convincerla che no. Per cui abbiamo prenotato anche il Viking Splash Tour, giro turistico anfibio: prima un tour della città, con la guida che racconta le sue origini vichinghe (e invita a urlare ai semafori per spaventare gli ignari “celti”.) Poi si arriva al Grand Canal e splash, si prosegue in acqua per osservare il quartiere dove la città cresce e si trasforma con palazzi moderni e bellissimi a poche centinaia di metri dal mare e dove, non a caso, Google ha creato il suo headquarter irlandese ed europeo. Confesso: mi sono divertita molto.

Tramonto a Sandycove

Prendere la Dart. La prima volta che ho messo piede a Dublino avevo 17 anni e la mia concezione della vita era totalmente genovacentrica. Potete immaginare la gioia di scoprire la Dart, una metropolitana in superficie che copre tutta la costa dublinese, da nord a sud. Ho pensato: proprio come a Genova (da noi, da est a ovest, ma è lo stesso) e ho usato l’abbonamento studenti fino a consumarlo. Il consiglio è di prendere un biglietto  giornaliero o per due giorni, ammirare tutta la costa dal treno e scendere, almeno, a Dun Laoghaire, a Howth, a Sandycove per vedere la Martello Tower dove Joyce visse (anche se non siete joyciani come me, la costa e il paese sono deliziosi), a Killiney dove hanno splendide ville Bono ed Enya. Fate la passeggiata a piedi fino a Dalkey: non è impegnativa e avrete una vista dall’alto magnifica. Qui trovate altre belle passeggiate nei dintorni di Dublino. Infine, scendete anche a Booterstown per vedere la marea e assaporare quella sensazione decadente e splendidamente triste del mare del nord.
Altre cose dublinesi sparse: il Dublin Castle nel cuore della città ma soprattutto il Malahide Castle, facilmente raggiungibile con il treno (contate una giornata intera: il parco e i giardini sono da vedere con calma). Un giro a Tara e Newgrange per le tombe neolitiche e per respirare l’antichissima storia irlandese. Anche qui, contate una giornata intera e occhio agli orari, perché è facile rimanere fuori. Meglio affidarsi a un tour organizzato, anche se non li amo particolarmente. Poi ancora, i musei più strani e piccoli di Dublino: quello dedicato ai Leprechaun e il delizioso Little Museum of Dublin. E Dublinia, direte voi? Ecco, non ci siamo mai stati. Perché Dublino ci ama e abbiamo avuto un’intera settimana di sole pieno, non volevamo sprecarne neanche un’ora al chiuso. E poi (opinione personalissima) mi sembra un po’ finta. Però dovesse piovere, sarebbe perfetta. Vedete voi.

Fare shopping a parte la solita Grafton Street, con il centro commerciale di St. Stephen’s Green alla fine (niente di esaltante), se non potete fare a meno di acquistare un capo in lana delle Aran (bellissimi, ma poco portabili in città: che ve ne fate di un maglione del genere quando la maggior parte del vostro inverno è spesa in edifici surriscaldati? Ve lo dico per esperienza, eh). Comunque: se siete in giro, cercate un Blarney Wollen Mills (a Blarney, Bunratty e Tipperary. Altrimenti a Dublino avete un negozio di maglioni ‘originali Aran’ a ogni angolo di strada. A me è piaciuto lo Sweater Shop in Nassau Street. Anche perché una vetrina più avanti c’è Kevin&Howlin dove potete comprare del tweed meraviglioso (io, una giacca country che non vedo l’ora di indossare ma che al momento, con 37 gradi a a Milano, non riesco neanche a guardare nell’armadio).
Altre cose interessanti: amo molto il second hand e ho trovato cose carine, ma soprattutto ho passato ore divertenti a curiosare, da Sioapella (bottino: una camicetta anni 60) e da Costume (una giacca anni 70 in velluto blu navy). Mi sono divertita molto (anche se siamo più sul target “cianfrusaglie”) al South City Market, in Georges Street Arcade.

Dove mangiare, dove bere a Dublino

Ostiche, capesante, salmone, branzino: piccola selezione dai piatti di Caviston’s

Un po’ ovunque, soprattutto bere. Mi limito a darvi qualche piccola segnalazione di posti che ho amato particolarmente. A Temple Bar non posso passeggiare senza fermarmi all’Oliver St. John Gogharty. Oppure all’omonimo, rosso Temple Bar per un piatto di ostriche con la Guinness. Abbiamo mangiato la carne migliore del mondo da FX Buckley (in Pembroke Street, ma ce n’è anche uno in Temple Bar), abbiamo fatto parecchie pub dinner (sotto casa avevamo il Kennedy’s di Westland Row, ottimo Irish Stew) e per quanto riguarda il pesce abbiamo avuto un’esperienza perfetta da Caviston’s a Sandycove. Un ristorante piccolino (prenotate!), all’apparenza niente di speciale, ma con un’atmosfera da vecchi marinai, dove il pesce è freschissimo e servito con cura e amore (e senza pastrocchi, salse o condimenti invadenti). La stessa gentilezza e cura è riservata anche ai clienti. Ci arrivate con la Dart e dopo cena avete la passeggiata fronte mare. Che volere di più?

La magia dell’Irlanda

P.J. suona e canta in gaelico da Swenys

L’Irlanda è magica, lo sapete, no? Ogni volta che ci vado, succede qualcosa di meraviglioso, di fuori dal comune. Questa volta addirittura due, in una sola settimana. Una ve la racconterò, prima o poi: no ora, se no questo post diventa Guerra e Pace. L’altra è stata aprire la porta di Swenys, la farmacia dove Leopold Bloom compra il lemon soap durante la sua Odissea dublinese. Oggi è un negozietto che a una prima occhiata può sembrare una libreria vintage o un magazzino bric-à-brac ma in realtà è un tempio dedicato a Joyce e al suo Ulysses, dove vengono organizzate letture in tutte le lingue, vendono ancora il sapone al limone e se siete proprio tanto fortunati (o credete nella magia, come me) potete trovare dentro P.J., coltissimo menestrello celtico che vi affascinerà con i suoi racconti su Joyce e Dublino. Oppure, prenderà la chitarra e canterà per voi – e per vostra figlia, in estasi – in gaelico perché gli avete detto che non avete molte occasioni di sentirlo parlare. Pura magia, ve l’ho detto.

Oltre Dublino

Le Cliffs of Moher. Cuori, cuori, cuori!

C’è tutta l’Irlanda, certo. Sono di parte, ma mi sento di dire che dove scegliete di andare, scegliete bene. Nei nostri due soggiorni in famiglia abbiamo visto la mia adorata Galway (che è tutta luce, musica e ocean breeze. E ostriche, certo), le isole Aran con giro in bicicletta, le Cliffs of Moher, la penisola di Dingle. La mia Cork dove ho vissuto durante l’Erasmus è piccolina e può sembrare trascurabile, ma lì vicino c’è il Blarney Castle con la pietra dell’eloquenza da baciare all’indietro. Curiosità: quest’anno, per la prima volta dopo tanti viaggi in Eire, ho deciso di vincere le mie riserve e andare in Ulster. Abbiamo visto Belfast, che mi ha stupito per la bellezza e per la cura, e siamo rimasti letteralmente a bocca aperta saltellando sulla Giant’s Causeway.

Momento anti-marchetta: questo post è il risultato di un viaggio che ho scelto, prenotato e pagato in proprio, dal volo, alla scuola inglese ai ristoranti. “Libere scelte redazionali” per davvero, insomma. Il che non vuol dire che io non abbia fatto o non farò in futuro viaggi stampa; ma in caso, sarà specificato :)

Tornando dalle Cliffs, una sosta a Bunratty

 

 

Spada al forno con pomodorini e olive taggiasche

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Un’altra ricetta di pesce, anzi di #pescefacile, in 15 minuti, con ingredienti semplici, e fatta al forno, così non potete neppure dire che sporcate i fornelli eccetera, che mi sembra di sentirvi.
Pronti? Si proceda.
(Sì, la foto fa schifo. Appena ne faccio una decente, la cambio)

Ingredienti

1 trancio di spada a testa (a testa, se no la mia amica Emanuela su Facebook dice che faccio ricette che affamano la gente);
Per ogni due tranci:
1 manciata di pomodorini: ciliegini, piccadilly, datteri, pizzutelli, quelli che vi piacciono di più;
1 manciata di pinoli;
1 cucchiaio abbondante di olive taggiasche; quelle snocciolate sono più comode;
due dita di vino bianco secco buono;
1 rametto di timo;
olio evo e sale q.b.

Preparazione

Riscaldate il forno a 190° C. Se ventilato, a 180.
Ungete leggermente la teglia. Adagiatevi i tranci di spada. Salate leggermente.
Aggiungete i pomodorini interi o, se sono più grandi, tagliati a pezzettini; poi i pinoli e il timo.
Irrorate di olio.
Quando il forno è caldo, infornate. Se il forno è, appunto, già caldo, non deve cuocere più di 15 minuti, pena ottenere lo spada che ci propinano in molti ristoranti: secco come una suola e arricciato ai bordi.
A metà cottura circa spruzzate con il vino bianco.
Durante gli ultimi due minuti di cottura, aggiungete le olive, che devono scaldarsi ma non cuocere, altrimenti diventano secche pure loro e amare.

Servite. Gioite. Pesce fresco, buono e leggero, in 15 minuti.

Le altre ricette #pescefacile

Menu per Natale o Capodanno: tutto pesce, tutto facile

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Eccoci. Prima di tutto i buoni propositi: prometto di scrivere un po’ di più su questo blog, che amo molto ma è molto trascurato, e prometto di creare un nuovo tag – #pescefacile – perché non ne posso più di persone che mi dicono che non cucinano mai il pesce perché è complicato e difficile. E che sospirano di sollievo: meno male che oggi a scuola ci sono i bastoncini di merluzzo, così i bambini mangiano un po’ di pesce.

I BASTONCINI DI MERLUZZO NON SONO PESCE. CHIARO?

Detto questo, con la pacatezza che mi contraddistingue quando la gente dice castronerie sull’alimentazione, procediamo con il Natale, o il Capodanno, o quello che volete voi.

Io non amo il Natale. Potrei parlarvi per ore del perché, ma siccome non ho tempo e nemmeno voi, vi riassumo la faccenda con questo tweet che avrei potuto scrivere io.

Quindi, la faccio facile e leggera: poche portate e tutte di pesce. In più, nessuno, oggi, aspetta il Natale per mangiare davvero: siamo tutti ipernutriti  col freezer pieno, per cui non ottenebriamoci testa e pancia emulando Gargantua. Sono tutte ricette che potete riciclare per qualunque occasione: buone, semplici, di sicuro effetto, praticamente impossibili da sbagliare.

Antipasto: tartare di pesce. Qui le ultime varianti se volete sperimentare un po’. Uniche raccomandazioni: pesce freschissimo, comprato da un pescivendolo di fiducia (ditegli che volete farlo crudo) e abbattuto almeno 72 ore in freezer a -18. Seconda raccomandazione: conditelo poco. Poco. Non tramortitelo con una doccia di limone. Non dategli una morte lenta incatramandolo di sale. Si deve sentire il pesce, e poco più.

Alternativa, o secondo antipasto: Capesante gratinate.

Primo: al momento il mio preferito è questo. Linguine (o spaghetti) con pesto di pistacchi, gamberi e bottarga. Perfetto anche con i tagliolini freschi, occhio solo che tende ad asciugarsi e con la pasta fresca il problema potrebbe peggiorare. Tenete da parte l’acqua di cottura e un po’ di olio buono e siate velocissimi nelle operazioni di condimento e servizio.

Secondo: la buridda di seppie

Alternativa: un bel pesce al forno. Più facile di così! Non sapete fare neanche quello? Oggesù. Tutto, bisogna dirvi. Arriva la ricetta domani. Promessa mantenuta: eccola!

Contorni: una ratatouille oppure un’insalatina fresca. Se non trovate il songino, sostituite con una qualunque insalata dolce.

 

Buridda di seppie

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La buridda di seppie per me è un piatto del cuore. Specialità della mamma e termine bellissimo, di probabile origine araba, scopro che è usato anche in Sardegna e in Sicilia, e a Genova
ha dato anche il nome a un centro sociale. Ce ne sono tante varianti, poiché buridda è il nome della preparazione, in generale un umido, un guazzetto fatto con molluschi, pesce di scoglio o anche stoccafisso. Troverete ricette con le patate e senza, con i carciofi anziché i piselli, bianche o con un po’ di pomodoro, con i capperi oppure no. A me piacciono un po’ tutte, ma vi racconto quella che, a casa, faccio più spesso.
Non è fitufaetu, ossia rapido, come la maggioranza dei piatti che trovate qui: un po’ di tempo ci vuole. Ma ne vale la pena.

Ingredienti per 4 persone

1 kg di seppie
2-3 patate
250 g di piselli, meglio freschi, ma ovviamente, in assenza, anche surgelati
1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
2 acciughe sotto sale
1 manciata di pinoli
Uno spicchio d’aglio e un ciuffo di prezzemolo
20 grammi di funghi secchi
1/2 bicchiere di vino bianco secco, buono
olio evo

Preparazione

Pulite le seppie, togliete la pelle e il sacchetto del nero, lavatele accuratamente e tamponatele, se sono molto grandi battetele lievemente con il batticarne (lievemente: non fatene una pappetta). Se le avete acquistate in precedenza e surgelate, non battetele: il surgelamento ha già contribuito a distendere le fibre e ammorbidirle. Tagliatele a listarelle.
Fate rinvenire i funghi secchi in poca acqua tiepida, per 20-30 minuti circa
Dissalate accuratamente le acciughe sotto l’acqua corrente
Tritate il prezzemolo, sbucciate l’aglio e metteteli a rosolare in un tegame di terracotta abbastanza profondo. Quando iniziano a sfrigolare, aggiungete le acciughe ben dissalate e tagliate a pezzettini.
Aggiungete le seppie e fate rosolare a fiamma vivace per qualche minuto. Bagnate con il vino bianco e fate evaporare, sempre a fiamma vivace. Unite i pinoli e i funghi secchi. Filtrate accuratamente l’acqua nella quale avete fatto rinvenire i funghi e versatene una parte nella pentola. Conservate la restante.
Aggiungete il concentrato di pomodoro diluito con una goccia di acqua calda, mescolate, coprite a metà e fate cuocere per 15 minuti, affinché le seppie diano tutta l’acqua al loro interno. NON SALATE! Seppie e acciughe sono già sufficientemente salate. Attendente la fine della ricetta per decidere se ne serve altro.
Nel frattempo, sbucciate e tagliate a dadini le patate. Passati i 15 minuti di cui sopra, aggiungetele alle seppie e continuate la cottura. Se si dovesse asciugare troppo, aggiungete la restante acqua dei funghi secchi e, se necessario, altra acqua tiepida.
Quando le patate sono a metà cottura, aggiungete i piselli e terminate di cuocere. In tutto, la cottura non dovrebbe durare più di 40-45 minuti, affinché le seppie siano morbide e le patate non si disfino troppo. Ma assaggiate e ve ne renderete conto.
A questo punto decidete se serve ancora un po’ di sale o se va bene così. Infine, io profumo la buridda anche con qualche rametto di timo fresco. È buonissima, vero?

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