Straziami, ma di tofu saziami (meglio di no)

3144072-9788817079099Chi mi legge qui o altrove sa che non ho preclusioni verso il cibo. Ci sono cose che non amo e non mangio: ma non metto paletti, sono curiosa, assaggio tutto. Diciamo che il concetto è un po': “se non è lui a mangiare me, lo mangio io”, ecco. E rispetto allergie e intolleranze altrui, certo; ma non tollero gli intolleranti.
Con questo spirito sono andata alla presentazione di Straziami ma di tofu saziami, l’ultimo romanzo scritto a quattro mani da Paola Maraone (che i blogger della prima ora conoscono bene per Ero una brava mamma) e Paola La Rosa, che è poi la vera voce narrante dato che la tranche de vie raccontata, con un po’ di modifiche, è la sua. La storia è molto divertente: tanto che, nata in origine come un manuale semiserio per sopravvivere ai vegani, si è trasformata man mano in un vero romanzo.
In due parole: la protagonista, che non disdegna il junk food e non ha, come me, alcuna preclusione alimentare (non è nemmeno vegetariana, per dire) s’innamora di un vegano paladino del pianeta, che non solo la obbliga al suo regime alimentare, ma anche a vivere secondo i suoi dettami. Via le scarpe e le borse di pelle (ma siamo pazzi?), riciclo dell’acqua per lo sciacquone e via così, di delirio in delirio.
Posto che qualche esagerazione ci sta, nell’economia della storia, la reazione di tutte noi, durante la presentazione, è stata più o meno: “Eeek!” (più che altro per scarpe e borse, va detto).

Ma soprattutto ci siamo chieste e abbiamo chiesto all’autrice:

Un uomo cambierebbe mai la sua vita così radicalmente in nome dell’amore?

Risposta: no.

Siamo quasi sempre noi, con rare eccezioni, quelle flessibili, accomodanti, possibiliste. Quelle che come l’acqua prendono la forma del contenitore. Ma poi alla fine sbroccano. Non per niente, la protagonista torna a una dieta normale. Il che non significa mangiare schifezze: io sono la prima a uccidermi di fatica e a lottare contro i tempi risicati per non mettere in tavola pranzi confezionati o – orrore – pesce pronto imbalsamato. Significa godersi la vita. E poi, non potrei mai innamorarmi di un vegano: massimo rispetto, certo, ma uno dei grandi piaceri che amo condividere con l’Uomo della Mia Vita è una buona cena. Vi ho detto che il vegano del libro non beve alcol e neppure caffè perché “altera le percezioni”? Ecco.

Poi, il delizioso locale dove eravamo (Universo Vegano, a Milano) ci ha preparato una bella selezione di antipasti da provare e li ho assaggiati tutti con piacere. Lo spezzatino con il seitan, come diciamo noi onnivori, “sembrava carne”. Che è un po’ come quando i non milanesi vedono un angolo bello della città e dicono “Non sembra neppure Milano”. Ma non credo riuscirei a mangiare così per sempre. Ognuno a suo modo, eccetera.

Il libro leggetelo: è divertente, leggero e vi mette pure in guardia. Quando incontrate un supereroe in missione per conto del pianeta e il cuore vi palpita, fate pure; ma almeno già sapete a cosa andate incontro.

Se volete sapere com’è andata nei dettagli, qui c’è lo Storify della presentazione.

Spezzatino alla Guinness: ricette fra Halloween e l’Irlanda

foto 1Chi mi conosce sa quanto io ami Halloween. Mi mette allegria e mi fa tornare a quei beati periodi in cui vivevo in paesi anglosassoni. Negli ultimi anni sta prendendo piede anche qui, con ovvia coda di polemiche inutili, per cui sono molto felice. L’anno scorso vi ho dato la ricetta della crema di zucca. Quest’anno (in ritardo, ma potete prepararlo quando volete) ho deciso di tornare in Irlanda, anche se solo in cucina. La “colpa” è stata di chi si occupa delle Pr per l’Irish Food Board in Italia, che mi ha stuzzicato mandandomi una bellissima ricetta (non quella dello spezzatino, un’altra, che magari condividerò). Mi hanno fatto venire voglia di carne irlandese e soprattutto di spezzatino alla Guinness, avete presente? Ecco. Sono andata a cercare dell’ottima carne irlandese e poi, online, la ricetta. Perché quando vivevo in Irlanda, mica cucinavo. Mangiavo solo (beati periodi l’ho già detto, per caso?).

La ricetta, dunque. Quella della Guinness Storehouse ha il video ma mi sembrava un po’ esigua. Così sono andata sul sicuro copiando quella di Giallozafferano (con le ricette di Sonia non sbagli mai).
È un piatto semplice da preparare, solo un po’ laborioso nella fase iniziale, ma quando avete finito di rosolare la carne e avete trasferito tutti gli ingredienti nella casseruola, tutto ciò che vi serve è un paio d’ore di tempo. Nelle quali, peraltro, non dovete fare niente, solo mescolare ogni tanto.
Come nelle migliori tradizioni da pub, ho servito lo spezzatino (che è venuto buonissimo: cremoso e profumato) su un letto di mashed potatoes, ma siccome voglio sfruttare la zucca finché c’è, l’ho accompagnato anche da un po’ di zucca al forno, fatta così:

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– zucca a cubetti, quanta ne volete o quanta ce ne sta in forno
– sale e olio qb
– 2 rametti di rosmarino
– 1 spicchio d’aglio
– granella di pistacchio (sì, questo è il mio tocco personale)

Scaldate il forno a 190°. Ricoprite la placca di carta da forno. Disponete sulla placca i cubetti di zucca, lo spicchio d’aglio schiacciato, i rametti di rosmarino. Salate e irrorate con poco olio. Se vi piace, cospargete di granella di pistacchio, come fosse una panatura leggera.
Infornate per 20-25 minuti. È pronta. Facile, no? E buonissima.

Da bere, Guinness, ovviamente.

Colonna sonora: qualunque cosa dei Pogues, ma se volete stare allegri, direi Fiesta. E anche i Saw Doctors, possibilmente I want you more, perché quella strofa

I want you more than a pint after closing time

per me è sempre stata l’Irlanda.

Sei cose che ho imparato al Campionato Mondiale del Pesto

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Profumo celestiale, piacere per gli occhi e per il palato, un sacco di amici visti e rivisti dopo tanto tempo. Fare la giurata al 5° World Pesto Championship è stata una bellissima esperienza. Per chi è curioso, ecco le sei cose che mi porto via da questa giornata. E se non c’eravate, qui c’è il mio Storify.

1) Come si valuta il pesto Al di là dei gusti personali, ecco i criteri oggettivi da applicare quando si assaggia un pesto fatto al mortaio

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2) Il pesto è una tecnica, non una ricetta lo sapevo già perché quando parla Roberto Panizza lo sto a sentire attentamente, e lui lo ripete spesso. Ma ieri ne ho avuto la prova: cento concorrenti, non c’erano due pesto (due pesti? Qual è il plurale più corretto?) uguali per colore, consistenza, equilibrio degli ingredienti.

3) Il pesto è trasversale donne e uomini, giovani come il più giovane (18 anni, ma c’erano anche tanti ventenni e trentenni) e anziani come la magnifica trionfatrice, Alfonsina Trucco. Prego notare il mortaio di famiglia, che si passano di generazione in generazione e, si dice, ha fatto il pesto per Garibaldi (in preparazione nuove targhe, oltre a quelle Garibaldi ha dormito qui, avremo Garibaldi ha mangiato il pesto qui).

Mia domanda ad Alfonsina: “Da quanti anni fa il pesto?” “Beh, ne ho 85, quindi sono 75 anni che lo faccio.” Imbattibile, anche solo per quello.

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4) Il pesto non è cosa solo da liguri Vero, i 10 finalisti erano tutti liguri (il più foresto vive a Monza, ma è nato a Genova), però è un caso. Nelle ultime edizioni hanno vinto spesso gli stranieri (vi immaginate i mugugni dei locali?) e quest’anno ad arrivare fuori dall’Italia erano in 23.

5) Il pesto attira le folle circa 2.000 persone ieri sono passate dalla magnifica sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale.

6) Fare il pesto è complicato Come tutte le ricette con pochi ingredienti, IMG_5670è fintamente semplice. In realtà, quando devi bilanciare così attentamente i sapori, la difficoltà è dietro l’angolo. Mi ha confermato Ivano Ricchebono, chef stellato di The Cook a Nervi e anche lui in giuria (foto a lato): “Non c’è un segreto per fare un buon pesto. L’unico segreto è l’equilibrio dei sapori”, hai detto niente. Nella prima batteria dei semifinalisti ho assaggiato dieci pesto (pesti?), molti dei quali erano sbilanciati: troppo aglio, troppo sale, troppo formaggio, troppo olio. E se qualche imperfezione sulla consistenza e sulla finezza della macinatura con il pestello possono essere trascurabili, un pesto troppo agliato o salato non si perdona.

 

Se volete partecipare, preparatevi: la prossima edizione è fra due anni, ma fra pochi giorni già iniziano le qualificazioni. Tutte le info qui.

 

In giuria per il World Pesto Championship

IMG_5446Immaginatevi cento concorrenti che, contemporaneamente, si sfidano a colpi di mortaio per preparare il pesto più buono del mondo. Immaginatevi i profumi, i colori, i sapori. Immaginatevi anche le lingue e gli accenti. Perché tra questi aspiranti Cavalieri del Basilico c’è una senior (86 anni) un junior (18 anni), molti liguri e italiani di ogni regione, ma anche  23 stranieri che arrivano da Stati Uniti, Canada, Brasile, Giappone, Gran Bretagna e Irlanda, Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Finlandia, Svizzera, Serbia, Spagna. Per la prima volta, il Campionato ospita due concorrenti dalla Finlandia, uno dell’Irlanda del Nord e uno dalla Svezia.
E in tutto questo meraviglioso caos, immaginate me, inebriata, che assaggio.

268c9096f3c74098dc518b568b0e1193Perché, l’ho già scritto altrove ma sono felice di ripeterlo, quest’anno sarò tra la giuria del World Pesto Championship (grazie davvero al mio amico Roberto Panizza, aka The King of Pesto, per il gradito invito!). Quindi sabato 29, a Palazzo Ducale, assaggerò e valuterò la produzione degli aspiranti campioni e, se l’esperienza non m’inganna, so già che non troverò, per colore, profumo e consistenza, due pesto uguale. Perché le ricette regionali, fermo restando gli ingredienti, hanno tante varianti quanti i cuochi che le preparano, ed è quello il bello.

Io sono pronta, non vedo l’ora, e vi racconterò tutto. Anzi, fate così, fatevi un regalo: venite anche voi.

Per l’8 marzo, non mimose ma ricette

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Una bella iniziativa al femminile nell’ambito di Expo2015: We – Women for Expo sta raccogliendo “ricette per la vita” – non gourmet, non chissà cosa, ma le ricette che fanno star meglio, quelle che nutrono anima e corpo – per creare una rete di donne da mettere virtualmente a tavola in tutto il mondo.

Le trovate sulla pagina Facebook e su Twitter.

Perché il cibo, perché le donne? Perché il nutrimento è femminile. Perché:
WE-Women for Expo è un network di donne di tutto il mondo, che agiscono insieme sui temi dell’alimentazione, per migliorare il diritto al cibo.

Entrare a far parte di WE Women for Expo significa condividere l’obiettivo di dar voce alla cultura femminile, sul tema del nutrimento, perché:

1. Le donne costituiscono la maggioranza di coloro che lavorano la terra, fondatrici e mantenitrici del sistema-cibo, dalla dimensione domestica a quella agricola.

2. Le donne sono portatrici di una capacità di fare insieme, di cooperazione e di condivisione creativa: rappresentano un modello produttivo esemplare per costruire un futuro più sostenibile.

3. L’empowerment femminile è una straordinaria opportunità per tutto il Pianeta, economica, sociale, relazionale.

4. Le ricerche dimostrano che mettere maggiori risorse nelle mani delle donne, che siano madri, contadine, insegnanti o imprenditrici, è la chiave per costruire un futuro libero da denutrizione e malnutrizione.

5. Il cibo non è solo veicolo di nutrimento, ma di conoscenza, tradizioni, ricordi, contenuti affettivi, relazionali, spirituali, simbolici. Per questo l’educazione alimentare passa attraverso una nuova alleanza fra cibo e cultura.
Pronte con la vostra ricetta?