Gli spaghetti ai 4 pomodori di Marco Bianchi, variante ligure

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I pomodori. Potrei viverci. Quando li lavo e li taglio, mi fermo non so quante volte ad annusarli per sentire il profumo della terra. E sono fortunata, perché fanno bene e perché mio marito e mia figlia li amano allo stesso modo. Sarà perché in gravidanza l’unica voglia che mi è venuta era di pomodori e formaggio grana? Mah. Per cui con sughi, salse o insalate faccio felici tutti. Davvero: c’è qualcosa che metta più allegria di vedere quel rosso a tavola? Per me sono antidepressivi. Hanno l’estate dentro. (PS: per farli piacere ai figli non ho suggerimenti, ma se avete compagni riluttanti, fate leva sull’ipocondria maschile dicendo loro – è vero – che i pomodori abbondano di licopene, antiossidante naturale che protegge pure la prostata).
Che i pomodori facciano bene lo dice sempre anche Marco Bianchi, nutrizionista e chef che seguo ormai da tanto (qui una mia intervista a Marco, pubblicata su Grazia nel 2012). Sul suo account twitter, un po’ di tempo fa, ho visto passare una ricette semplicissima che sembrava fatta apposta per me: pasta (integrale) ai 4 pomodori, ossia salsa, fresco, concentrato, secco. Ho deciso di provarla subito, aggiungendo però il mio marchio di fabbrica, cioè (chi mi legge avrà indovinato) una manciata di ingredienti liguri: acciughe sott’olio (ovviamente da evitare se siete vegetariani!), pinoli e olive taggiasche. Strepitosi! Vi dico come ho fatto e ve la consiglio per tutta l’estate. Ha anche il non trascurabile bonus di essere pronta più o meno nel tempo di cottura della pasta, davvero fitufaetu!

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Ingredienti per 4 persone

80 g di spaghetti a testa (o quanti ne mangiate). Integrali o no (ovviamente Marco Bianchi suggerisce gli integrali), io uso quasi sempre pasta Garofalo (disclaimer: Garofalo non mi paga, mi piace proprio :)
Una bottiglia di salsa di pomodoro. Al momento in famiglia siamo innamorati della Salsa pronta di datterini Mutti, ma va bene anche una qualunque passata che vi piace (disclaimer: Mutti non mi paga, mi piace proprio :)
Un cucchiaio di concentrato di pomodoro, io uso il Triplo concentrato Mutti, disclaimer: vedi sopra
Due manciate di datterini o ciliegini o, in mancanza, un pomodoro ramato di media grandezza
Due o tre pomodori secchi (io ho appena comprato, al mercato di via Eustachi a Milano, i ciliegini secchi e sono una cosa meravigliosa)
Due o tre acciughe sott’olio, che siano buone.
Se vi piace, uno spicchio d’aglio
Una manciata di pinoli
Un paio di cucchiai di olive taggiasche. Se ci sono bambini, scegliete quelle denocciolate e fate felici tutti
Olio di oliva evo, ça va sans dire
Origano, timo, peperoncino, a piacere
Niente sale, grazie

Preparazione

In una padellina antiaderente, fate tostare i pinoli per qualche minuto, finché non “sudano”, e teneteli da parte.
Scaldate due cucchiai di olio in una padella antiaderente. Se vi piace l’aglio, aggiungetene uno spicchio. Fate sciogliere nell’olio, mescolando leggermente con un cucchiaio di legno, le acciughe. I vegetariani saltino questo pezzo, Marco Bianchi mi perdoni la variante.
Quando le acciughe sono sciolte, versate la salsa di pomodoro. Fate cuocere qualche minuto a fuoco vivace e aggiungete i pomodori freschi, tagliati in due nel caso di cigliegini e datterini, tagliati a pezzetti nel caso di pomodori più grandi.
Soprattutto se avete usato le acciughe, NON aggiungete sale. Ma anche se non le avete messe, aspettate a fine cottura. Se vi sembra insipido, avete un problema con il sale. Riducetelo, che fa male! Poi ci si abitua e, fantastico! Si riscoprono i sapori che un palato verniciato di sale vi nascondeva. Tutto, vi devo dire?
Fate cuocere a fuoco medio mescolando ogni tanto, mentre l’acqua per la pasta bolle (lì sì che ci dovete mettere il sale). Aggiungete un bel cucchiaio abbondante di concentrato di pomodoro e stemperatelo nel sugo.
Mentre cuoce la pasta, tagliate a pezzettini piccolissimi i pomodori secchi, quasi fossero grattugiati.
Spegnete il sugo (in totale, contate 10, 15 minuti di cottura al massimo) e aggiungete i pinoli e le taggiasche. Adesso assaggiate e decidete se volete aggiungere il sale. Secondo me, no, ma fate voi.
Scolate la pasta al dente e fatela saltare qualche minuto in padella con il sugo. Aggiungete, se vi piace, un pizzico di origano o di timo e di peperoncino.
Mettete nei piatti e decorate con una manciata di pomodoro secco grattugiato. Olé.

Evvivia il pomodoro, in tutte le salse, perdonate l’orrendo calembour.

Straziami, ma di tofu saziami (meglio di no)

3144072-9788817079099Chi mi legge qui o altrove sa che non ho preclusioni verso il cibo. Ci sono cose che non amo e non mangio: ma non metto paletti, sono curiosa, assaggio tutto. Diciamo che il concetto è un po': “se non è lui a mangiare me, lo mangio io”, ecco. E rispetto allergie e intolleranze altrui, certo; ma non tollero gli intolleranti.
Con questo spirito sono andata alla presentazione di Straziami ma di tofu saziami, l’ultimo romanzo scritto a quattro mani da Paola Maraone (che i blogger della prima ora conoscono bene per Ero una brava mamma) e Paola La Rosa, che è poi la vera voce narrante dato che la tranche de vie raccontata, con un po’ di modifiche, è la sua. La storia è molto divertente: tanto che, nata in origine come un manuale semiserio per sopravvivere ai vegani, si è trasformata man mano in un vero romanzo.
In due parole: la protagonista, che non disdegna il junk food e non ha, come me, alcuna preclusione alimentare (non è nemmeno vegetariana, per dire) s’innamora di un vegano paladino del pianeta, che non solo la obbliga al suo regime alimentare, ma anche a vivere secondo i suoi dettami. Via le scarpe e le borse di pelle (ma siamo pazzi?), riciclo dell’acqua per lo sciacquone e via così, di delirio in delirio.
Posto che qualche esagerazione ci sta, nell’economia della storia, la reazione di tutte noi, durante la presentazione, è stata più o meno: “Eeek!” (più che altro per scarpe e borse, va detto).

Ma soprattutto ci siamo chieste e abbiamo chiesto all’autrice:

Un uomo cambierebbe mai la sua vita così radicalmente in nome dell’amore?

Risposta: no.

Siamo quasi sempre noi, con rare eccezioni, quelle flessibili, accomodanti, possibiliste. Quelle che come l’acqua prendono la forma del contenitore. Ma poi alla fine sbroccano. Non per niente, la protagonista torna a una dieta normale. Il che non significa mangiare schifezze: io sono la prima a uccidermi di fatica e a lottare contro i tempi risicati per non mettere in tavola pranzi confezionati o – orrore – pesce pronto imbalsamato. Significa godersi la vita. E poi, non potrei mai innamorarmi di un vegano: massimo rispetto, certo, ma uno dei grandi piaceri che amo condividere con l’Uomo della Mia Vita è una buona cena. Vi ho detto che il vegano del libro non beve alcol e neppure caffè perché “altera le percezioni”? Ecco.

Poi, il delizioso locale dove eravamo (Universo Vegano, a Milano) ci ha preparato una bella selezione di antipasti da provare e li ho assaggiati tutti con piacere. Lo spezzatino con il seitan, come diciamo noi onnivori, “sembrava carne”. Che è un po’ come quando i non milanesi vedono un angolo bello della città e dicono “Non sembra neppure Milano”. Ma non credo riuscirei a mangiare così per sempre. Ognuno a suo modo, eccetera.

Il libro leggetelo: è divertente, leggero e vi mette pure in guardia. Quando incontrate un supereroe in missione per conto del pianeta e il cuore vi palpita, fate pure; ma almeno già sapete a cosa andate incontro.

Se volete sapere com’è andata nei dettagli, qui c’è lo Storify della presentazione.

Spezzatino alla Guinness: ricette fra Halloween e l’Irlanda

foto 1Chi mi conosce sa quanto io ami Halloween. Mi mette allegria e mi fa tornare a quei beati periodi in cui vivevo in paesi anglosassoni. Negli ultimi anni sta prendendo piede anche qui, con ovvia coda di polemiche inutili, per cui sono molto felice. L’anno scorso vi ho dato la ricetta della crema di zucca. Quest’anno (in ritardo, ma potete prepararlo quando volete) ho deciso di tornare in Irlanda, anche se solo in cucina. La “colpa” è stata di chi si occupa delle Pr per l’Irish Food Board in Italia, che mi ha stuzzicato mandandomi una bellissima ricetta (non quella dello spezzatino, un’altra, che magari condividerò). Mi hanno fatto venire voglia di carne irlandese e soprattutto di spezzatino alla Guinness, avete presente? Ecco. Sono andata a cercare dell’ottima carne irlandese e poi, online, la ricetta. Perché quando vivevo in Irlanda, mica cucinavo. Mangiavo solo (beati periodi l’ho già detto, per caso?).

La ricetta, dunque. Quella della Guinness Storehouse ha il video ma mi sembrava un po’ esigua. Così sono andata sul sicuro copiando quella di Giallozafferano (con le ricette di Sonia non sbagli mai).
È un piatto semplice da preparare, solo un po’ laborioso nella fase iniziale, ma quando avete finito di rosolare la carne e avete trasferito tutti gli ingredienti nella casseruola, tutto ciò che vi serve è un paio d’ore di tempo. Nelle quali, peraltro, non dovete fare niente, solo mescolare ogni tanto.
Come nelle migliori tradizioni da pub, ho servito lo spezzatino (che è venuto buonissimo: cremoso e profumato) su un letto di mashed potatoes, ma siccome voglio sfruttare la zucca finché c’è, l’ho accompagnato anche da un po’ di zucca al forno, fatta così:

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– zucca a cubetti, quanta ne volete o quanta ce ne sta in forno
– sale e olio qb
– 2 rametti di rosmarino
– 1 spicchio d’aglio
– granella di pistacchio (sì, questo è il mio tocco personale)

Scaldate il forno a 190°. Ricoprite la placca di carta da forno. Disponete sulla placca i cubetti di zucca, lo spicchio d’aglio schiacciato, i rametti di rosmarino. Salate e irrorate con poco olio. Se vi piace, cospargete di granella di pistacchio, come fosse una panatura leggera.
Infornate per 20-25 minuti. È pronta. Facile, no? E buonissima.

Da bere, Guinness, ovviamente.

Colonna sonora: qualunque cosa dei Pogues, ma se volete stare allegri, direi Fiesta. E anche i Saw Doctors, possibilmente I want you more, perché quella strofa

I want you more than a pint after closing time

per me è sempre stata l’Irlanda.

Sei cose che ho imparato al Campionato Mondiale del Pesto

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Profumo celestiale, piacere per gli occhi e per il palato, un sacco di amici visti e rivisti dopo tanto tempo. Fare la giurata al 5° World Pesto Championship è stata una bellissima esperienza. Per chi è curioso, ecco le sei cose che mi porto via da questa giornata. E se non c’eravate, qui c’è il mio Storify.

1) Come si valuta il pesto Al di là dei gusti personali, ecco i criteri oggettivi da applicare quando si assaggia un pesto fatto al mortaio

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2) Il pesto è una tecnica, non una ricetta lo sapevo già perché quando parla Roberto Panizza lo sto a sentire attentamente, e lui lo ripete spesso. Ma ieri ne ho avuto la prova: cento concorrenti, non c’erano due pesto (due pesti? Qual è il plurale più corretto?) uguali per colore, consistenza, equilibrio degli ingredienti.

3) Il pesto è trasversale donne e uomini, giovani come il più giovane (18 anni, ma c’erano anche tanti ventenni e trentenni) e anziani come la magnifica trionfatrice, Alfonsina Trucco. Prego notare il mortaio di famiglia, che si passano di generazione in generazione e, si dice, ha fatto il pesto per Garibaldi (in preparazione nuove targhe, oltre a quelle Garibaldi ha dormito qui, avremo Garibaldi ha mangiato il pesto qui).

Mia domanda ad Alfonsina: “Da quanti anni fa il pesto?” “Beh, ne ho 85, quindi sono 75 anni che lo faccio.” Imbattibile, anche solo per quello.

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4) Il pesto non è cosa solo da liguri Vero, i 10 finalisti erano tutti liguri (il più foresto vive a Monza, ma è nato a Genova), però è un caso. Nelle ultime edizioni hanno vinto spesso gli stranieri (vi immaginate i mugugni dei locali?) e quest’anno ad arrivare fuori dall’Italia erano in 23.

5) Il pesto attira le folle circa 2.000 persone ieri sono passate dalla magnifica sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale.

6) Fare il pesto è complicato Come tutte le ricette con pochi ingredienti, IMG_5670è fintamente semplice. In realtà, quando devi bilanciare così attentamente i sapori, la difficoltà è dietro l’angolo. Mi ha confermato Ivano Ricchebono, chef stellato di The Cook a Nervi e anche lui in giuria (foto a lato): “Non c’è un segreto per fare un buon pesto. L’unico segreto è l’equilibrio dei sapori”, hai detto niente. Nella prima batteria dei semifinalisti ho assaggiato dieci pesto (pesti?), molti dei quali erano sbilanciati: troppo aglio, troppo sale, troppo formaggio, troppo olio. E se qualche imperfezione sulla consistenza e sulla finezza della macinatura con il pestello possono essere trascurabili, un pesto troppo agliato o salato non si perdona.

 

Se volete partecipare, preparatevi: la prossima edizione è fra due anni, ma fra pochi giorni già iniziano le qualificazioni. Tutte le info qui.

 

In giuria per il World Pesto Championship

IMG_5446Immaginatevi cento concorrenti che, contemporaneamente, si sfidano a colpi di mortaio per preparare il pesto più buono del mondo. Immaginatevi i profumi, i colori, i sapori. Immaginatevi anche le lingue e gli accenti. Perché tra questi aspiranti Cavalieri del Basilico c’è una senior (86 anni) un junior (18 anni), molti liguri e italiani di ogni regione, ma anche  23 stranieri che arrivano da Stati Uniti, Canada, Brasile, Giappone, Gran Bretagna e Irlanda, Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Finlandia, Svizzera, Serbia, Spagna. Per la prima volta, il Campionato ospita due concorrenti dalla Finlandia, uno dell’Irlanda del Nord e uno dalla Svezia.
E in tutto questo meraviglioso caos, immaginate me, inebriata, che assaggio.

268c9096f3c74098dc518b568b0e1193Perché, l’ho già scritto altrove ma sono felice di ripeterlo, quest’anno sarò tra la giuria del World Pesto Championship (grazie davvero al mio amico Roberto Panizza, aka The King of Pesto, per il gradito invito!). Quindi sabato 29, a Palazzo Ducale, assaggerò e valuterò la produzione degli aspiranti campioni e, se l’esperienza non m’inganna, so già che non troverò, per colore, profumo e consistenza, due pesto uguale. Perché le ricette regionali, fermo restando gli ingredienti, hanno tante varianti quanti i cuochi che le preparano, ed è quello il bello.

Io sono pronta, non vedo l’ora, e vi racconterò tutto. Anzi, fate così, fatevi un regalo: venite anche voi.