Degustazioni: bisogna raccontare il vino e non solo versarlo

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Circa cinque anni fa sono stata invitata a un evento – un Camp, per i nostalgici  – ad Alba, a parlare di viaggi ed emozioni. Mi avevano chiesto una breve presentazione per suggerire un modo diverso di raccontare i luoghi (attraverso i colori, i profumi, i sapori). Una sinestesia che non si riferiva ovviamente al fenomeno neurologico, ma alla figura retorica amata dai poeti, interpretata in senso ancora più allargato. Le slide, sufficientemente vintage, sono ancora online qui.

A tavola, nei miei viaggi, nel bicchiere cerco da sempre quell’incrocio bellissimo di sensazioni che unisce non solo i cinque sensi, ma anche la memoria (sì, la madeleinette di Proust). Quelle sensazioni che ho ritrovato da quando degusto il vino in modo, diciamo, professionale, dopo aver superato l’esame per sommelier. Anche se più assaggio e più mi rendo conto che la strada da fare per crearmi un archivio di sensazioni e punti di riferimento è ancora lunghissima.

Questa introduzione per dire che cerco di degustare il più possibile, a casa e fuori, di partecipare ai tanti eventi che vengono organizzati da AIS e da altre realtà. E che mi sento di dare qualche consiglio di produttori. Lavorare bene sui social network e sulla comunicazione digitale è importante, certo, e pochi ancora lo fanno, soprattutto in Italia (qui, ad esempio,  l’interessante resoconto della serata in tema organizzata da Tavola spigolosa). Ma è importantissimo trasmettere qualcosa una volta che vi trovate le persone di fronte. Un banco di degustazione, per non professionisti o per professionisti di poca esperienza come me, può diventare un caos in cui, dopo tre o quattro assaggi, tutto si confonde: etichette, annate, tecniche.
Alla fine, restano le persone. Il produttore che ti sa raccontare un aneddoto sul suo vino, la sua vigna. Quello che dopo quattro ore al banco ancora non è stanco di ripetere la storia della sua azienda e spiegarti perché quel vino è così diverso da quell’altro, anche se è ottenuto da vigne a pochi chilometri.

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Tutto questo per parlare di tre occasioni nelle quali chi avevo davanti a raccontarmi il suo vino ha fatto la differenza. Un paio di settimane fa, tornando da Bormio, su segnalazione di un amico, mi sono fermata ad Ardenno, dalle Cantine Innocenti. Se non sai e non conosci, tiri dritto verso Milano: il paesino è minuscolo e poco noto. Ma se sai e ti fermi, trovi Fabrizio Innocenti che con la moglie ti accoglie, ti racconta i suoi vini e i suoi formaggi, ti porta a vedere la sua “collezione” di Bitto da invecchiamento (e ti racconta pure la storia del Consorzio del Bitto e dello Storico Ribelle con il punto di vista originale e documentato di chi l’ha vista da vicino), ti apre una bottiglia nella sua bellissima cantina, e a Milano rischi di non arrivarci proprio più, perché nel frattempo si è messo a nevicare e la bottiglia è finita ma quasi quasi ne apriamo un’altra (no, non guidavo io).

Ancora, che da dall’evento milanese di GoWine dedicato a Barolo, Roero e Barbaresco, molto bello, ben organizzato, qualità dei vini alta – mi porto a casa soprattutto i vini di Parusso, perché chi me li versava me li ha raccontati e ha speso quell’attimo in più per spiegarmi il motivo e i risultati di una bollicina rosé creata da Nebbiolo in purezza.
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Mi porto a casa anche il Bricco delle Viole di Vaira, Barolo eccellente dal bellissimo nome, anche perché la sorridente ragazza che era dietro al banco mi ha squadernato davanti una cartina delle Langhe e mi ha spiegato dov’erano tutte le vigne, con precisione millimetrica (effetto collaterale: avere voglia di partire per le Langhe immediatamente).

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In un mare di vini (più) nobili, infine, mi porto a casa questo Dolcetto di Cascina Bretta Rossa perché – sorpresa – lo fanno a pochi chilometri dalla cascina in campagna dove ho passato tante domeniche ed estati da bambina, quella Strada Colma dove si andava a cercare funghi, quel pezzo di Monferrato a pochi chilometri dal mare, e il gusto è ancora quello, il profumo è ancora quello del mosto nell’aria d’autunno.
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Altro giro altri calici, da Live Wine (l’avete perso? Molto male: l’anno prossimo andateci assolutamente, perché non capita spesso di fare il giro dei vini d’Europa in un paio d’ore a Milano e di avere, come bonus extra, piccoli produttori di cibo pronti ad affettarti splendidi salumi e formaggi a prezzo equo per evitare di andare in coma etilico una domenica mattina), da Live Wine, dicevo, ho assaggiato i cinque champagne di Francis Boulard, mi sono esercitata con il francese scoprendo che lo ricordo meglio di quanto credessi e scoprendo, soprattutto, che dentro la mia passione per lo champagne ce n’è un’altra, quella per le alte percentuali di Pinot Meunier (passione pura per questo Blanc de Noirs).
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Ho assaggiato i vini del Domaine de Rapatel, che scrive a penna i vitigni su banco (e io lì a leggere e a ripassare per vedere se mi ricordavo bene quella parte di Francia studiata freneticamente per l’esame). Vini che sanno di sole e di macchia mediterranea e mentre li assaggiate, sentite nelle orecchie le cicale. Menzione speciale per la meravigliosa camicia rossa del produttore, peccato non averla fotografata.

Ho scoperto, tra i produttori altoatesini, il delizioso Lieselehof che mi ha raccontato dei suoi bianchi profumati di fieno, del suo museo delle viti altoatesine e del suo agriturismo (da ricordare per le prossime vacanze) e ha portato, da sfogliare e acquistare, il suo bellissimo libro sulle vigne della zona.

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Infine, catturata dalle sue etichette con le rune (tolkeniana forever) ho chiacchierato con Togni, che mi ha spiegato che sono rune preceltiche e arrivano dalle incisioni rupestri dei Camuni, viste in gita con la novenne lo scorso anno, “ma andateci di notte, sono mille volte più belle”.

Io mi porto a casa sensazioni, territori mai visti o da vedere di nuovo con occhi diversi, volti, voci, linguaggi, accenti, strette di mano. Grazie a tutti voi che mi raccontate il vino.

E per chi ancora non lo fa, sappiate che noi appassionati, esperti o meno, non siamo lì per un dito di vino versato nel bicchiere, ma per sentire le vostre storie di vigne, di uva, di sole, di fatica, di tentativi, di terra e di vento. Fateci sognare un po’.

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3 thoughts on “Degustazioni: bisogna raccontare il vino e non solo versarlo

  1. Pingback: Le donne e il vino. E pure l’otto marzo | Fitu Faetu

  2. Ringrazio l’amica che mi postó un tuo link. Scrivi proprio bene. Trasmetti la tua emozione a tutto tondo.
    Bravissima.

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